E quindi, sono tornata in Italia. 

Voi mi avevate lasciata lì, a prendere il volo per Milano, quella Milano che mi era stata preclusa per anni e a cui ero ora libera di tornare, così, per vedere che aria tirava.

Milano che è cambiata così tanto, e il mio quartiere, che invece è sempre uguale, eccetto per il fatto che chi andava a scuola con te ha acceso mutui, fatto bambini, si è sposata. Tu, no. Tu invece non hai fatto niente di tutto ciò, hai fatto molto altro, eppure per molte persone in quel mondo, quello che hai visto tu, quella tua vita in un caleidoscopio, quasi non conta. Di Milano... Di Milano meglio che parliamo un'altra volta.
Tanto mi mancava casa quando stavo male, tanto quanto Milano sembra casa sempre meno, mano a mano che io mi sento sempre meglio. E' segno di forza, ma dà anche una sensazione di confusione. Lunga storia, quella dell'identità di un emigrato decennale. 

Nonostante tutto, intendo dire gli attacchi terroristici, e la tensione, a luglio avevo deciso di andare in Turchia, a Istanbul. Quella sì, che mi mancava ancora, perché anche se Asburgo ed io ci eravamo incontrati là, lui non aveva mai voluto tornarci con me.

Secondo alcuni, forse perché temeva che poi non avrei voluto venire via, e forse, avevano ragione.

Ad ogni modo, ero già passata da Istanbul, mentre tornavo a Milano. Prestissimo la mattina, sono atterrata alle cinque e qualcosa del mattino, controllo passaporti, sono arrivata in centro verso le sette, con il tram, a Eminönü. La città vecchia, quella che scopri quando sei turista. Sono arrivata lì, ho guardato il Bosforo verso nord, e una voce chiarissima, calma, ma piena, piena di felicità, ha accelerato i battiti a mille, ha detto sei a casa, Nat. Sei a casa tua! Questa è la tua città. La Città! La Città più bella del mondo. Più bella di Roma, di Parigi, di Città del Messico e tutto il resto. Istanbul la bella. 

Dal tetto del vapur

Era una giornata di sole. Non avevo dormito, ero stanca, ma stavo per vedere la mia famiglia turca -- la mia prima host di couchsurfing di dieci anni fa, e suo padre, e scoppiavo di felicità nonostante tutto. 

Quando meno te lo aspetti, spunta la parola casa. Anche, o forse soprattutto, spunta quando hai tantissimo sonno. 
Sono andata da lei, mi ha portato a casa. 
Mi ha detto, fatti una doccia, così ho fatto, fatti anche un pisolino, così ho fatto. Mentre cambiavo i vestiti, e mi addormentavo nella penombra della stanza dove avevo dormito i miei primi sonni turchi del 2008, ho sentito di nuovo i gabbiani. 
Uno dei suoni di Istanbul, una delle prime cose di cui mi sono innamorata.

Al mio risveglio, suo padre mi aveva preparato la kahvaltı, la loro colazione tipica. Formaggio, olive, pomodori freschi, cetrioli, pane. Mi abbraccia, mi chiede di mia madre, mi dice, te lo ricordi ancora il turco? Gli dico di no, lui parla lo stesso, mi rendo conto che capisco. E' sempre stato paziente e gentile, quando ero arrivata qui come una ragazzina messa malaccio, mi aveva fatto da papà, dopo che aveva saputo che io avevo perso il mio. Lui aveva perso la moglie, sua figlia la madre. Capiva molto bene. Posso parlare a malapena con lui, eppure gli voglio un bene dell'anima, a questo signore alto, con gli occhi azzurri, che ai tempi del golpe del 1980 era un musicista con una testa leonina di riccioli e un sorriso chiaro. 

E' da dieci anni che ogni volta che metto piede a Istanbul, io mi sento a casa mia.

Ho passato la giornata con Ö., a bere tè sul mare, a passeggiare, ad aggiornarci sulle nostre vite, sulla sua vita da quando ha deciso di vivere pubblicamente la sua omosessualità in un paese che sta diventando sempre più intollerante per queste cose. Siamo andate a trovare i sui amici che organizzavano il gay pride nella parte europea, che un paio di giorni dopo sarebbe stato gravemente contestato.
Nel pomeriggio ho visto un altro caro amico, e ho pensato,  è il momento giusto per tornare qui e vedere come va. Nonostante tutto, perché quello che leggi sui media e la realtà di una città sono sempre molto differenti. Sono ripartita.

Ho passato qualche giorno a Milano, sono andata a Roma con un amico a fare la turista, e poi sono andata di nuovo a Istanbul.

Anche a Istanbul, ho sentito il tempo che passava.
Parlando di quando sarei arrivata per restare più tempo di un cambio voli intercontinentale, come capita sempre, mi sono resa conto che crescere vuol dire semplicemente anche essere più occupati -- presi dal lavoro, dai partner, dai figli. Da tutti e tre.

Io invece non avevo nulla di cui occuparmi tranne che me stessa, allora sono andata nel sud, a Olympos, per aspettare il weekend e vedere il mio Mediterraneo.
Olympos è la mia piccola Atlantide, un posto dove mi succedono sempre cose importanti.
E infatti è stato così anche stavolta.

Le rovine vicino all'acqua

E naufragar mi è dolce in questo mare
Ho conosciuto una persona, lì. La cosa più vicina al colpo di fulmine che abbia provato in vita mia, una vertigine, e anche se non ha portato a niente di concreto, perché la vita è una cosa complicata, ha portato però due cose: la prima, una persona in più nel largo cast di persone che mi circondano nella vita, una persona che resterà sempre un po' speciale, perché anche se ci sono milioni di ragioni per cui non può funzionare, ci teniamo l'uno all'altra. Perché lui è stata la prima persona per cui ho sentito qualcosa di positivo dopo molto tempo. Perché io sono stata la prima persona che l'ha trattato per quello che era, senza pensare a da dove venisse.
La seconda cosa che ha portato è la consapevolezza che il mio cuore non è spento, anche se sembra esserlo la maggior parte del tempo, ancora adesso, soffocato dal peso di troppo lavoro, troppo poco sonno e dall'essere in una città piena di animali bizzarri.

Lo incontri con la tua compagna di dorm sudafricana dopo una giornata a cuocerti sui ciottoli, guardando le rovine, e il tuo mare, il Mediterraneo, il tuo mare. Il tuo cuore un po' più sereno, dopo una nottata passata a piangere inesorabilmente, piano, telefono in mano, linea diretta con Milano e Bangkok, attraversando una fetta polverosa di Anatolia, campi gialli, strade deserte.
Alla partenza da Istanbul, il tuo amico O. che avevi visto qualche ora prima ti ha scritto, buon viaggio, mi dispiace che sei stata così male quando eri così lontana. Sei scoppiata a piangere piano, guardando verso il finestrino mentre aspettavi di partire. Il ragazzo che ti ha venduto il biglietto ti ha guardato piangere, con aria interrogativa, senza smettere quando hai visto che lo avevi notato. Ti ha guardato, ha fatto spallucce come a dire, è una vita dura, che vuoi farci?

Passi una notte in cui tiri su col naso così spesso che in piena notte, altro momento di empatia inattesa, il turco col gel nei capelli e l'aria da bulletto, dall'altra parte del corridoio, attira la tua attenzione silenziosamente, per darti il suo pacchetto di fazzoletti, sorridendo, come a dire, dai, poi ti passa, che sarà mai...
Questa capacità di fare spallucce che avevo notato anche a Istanbul, la notte prima di trasferirmi a Bangkok, partendo ubriaca fradicia dopo essere stata fuori con due amiche turche, io a Bangkok non ci volevo andare. La signora velata due sedili più in là mi aveva guardato, pensavo mi giudicasse e invece mi aveva sorriso, dicendo, Ağlama, okay. Non piangere, va tutto bene.

Quando poi il giorno dopo sei al sole, a guardare il mare e mangiare cozze al limone con una ragazza carina,  che viene da un altro mondo e che ti invita ad aprirti sul motivo di quell'aria triste, sei ancora più grata di essere al mondo, libera di viaggiare e con i soldi per farlo.

E poi. A fine giornata, cotte di sole, la mia nuova amica ed io siamo tornate alla nostra guesthouse, per la cena in comune. La Turchia deserta di turisti per la campagna mediatica negativa in Europa, si fa una tavolata sola per tutti gli ospiti, un tavolo rotondo.

Mi faccio una doccia al volo perché sono andata direttamente dall'autobus al mare per cercare di stare meglio e ora sono piena di sale, torno, riempio il mio piatto di melanzane, pane, pomodori e yogurt e mi siedo.
Alzo gli occhi, e mi trovo davanti un ragazzo, che mi fissa come se mi volesse mangiare, senza dire niente, senza sorridere, anche. Sguardo magnetico, verde, sopracciglia scure, pelle chiara, bellezza che viene da un'altra parte, penso. Questo non è di qui, penso.
Brutta scena da romanzo rosa?
L'ho pensato anche io, e mi sono detta, sì vabbè, ma figurati. Uno con due occhi così? Mica è qua per me. Ho pensato. E durante la cena, l'ho trattato come tutti gli altri, come un potenziale compare di chiacchiere, bevute, risate, un compare molto bello, ma nient'altro, la mia solita versione viaggiante, chiacchierona, ridanciana e amichevole.

E invece è stata una sbandata, uno scapaccione che mi ha fatto traballare per mesi interi, dopo. E meno male che esistono ancora queste cose, meno male che il cuore ha ancora capacità di provarle, anche se il cervello striscia i piedi e dice no, dai, di nuovo? Anche no, ragazza, forza. Per favore.

Ovviamente, siccome si tratta di me, mica poteva succedere con un uomo in una situazione normale.
Che ne so, un europeo qualsiasi in vacanza.
Un turco che faceva un weekend lungo.
Un fricchettone di passaggio.
No. No, no. Io dovevo per forza prendermi la cotta per un profugo siriano, bello come il sole, a metà tra un modello e un attore, in attesa di asilo politico, con dei macigni nello stomaco che davano una profondità scura a quella bellezza di superficie.

Ma io mica lo sapevo, che era un profugo siriano. Non sapevo niente, quando l'ho visto, non lo sapevo che il suo quartiere non esiste più, che non può più tornare a casa, che i suoi genitori e i suoi fratelli minori sono scappati in Europa sui barconi, ma che per lui e l'altro suo fratello non c'erano soldi, che ha visto cose che noi umani non possiamo immaginare, come tanti siriani, purtroppo. Quello l'avrei saputo solo dopo, e avrebbe solo contribuito alla mia ammirazione per la sua capacità di provare ancora cose come felicità, amore, affetto, gioia e ottimismo, dopo tutto quello che gli è successo.
La resilienza vera.

Ho passato quei giorni nella mia personale Atlantide a palleggiarmi tra la sua compagnia, il mare, il sole, e le camminate nelle rovine, ad ascoltare grilli e cicale, rumori che a Bangkok non ci sono, e mi ha fatto bene al cuore, perché io mica me lo ricordavo, com'era avere a che fare con una persona gentile. Non me lo ricordavo proprio. Carattere caldo ed espansivo, affettuoso come lo sono io, nessun imbarazzo per i proprio sentimenti. Impossibile credere che venisse dallo stesso pianeta dell'Asburgico, sempre in guardia con gli altri.

E poi è arrivato il giorno in cui avevo deciso di tornare a Istanbul.
Lui che diceva, che ci torni a fare? Tanto sei in vacanza, resta qui, stiamo insieme ancora un po'.
Ma io volevo tornare alla Città, e dai miei amici, e quindi, sono andata.

Prendo un bus locale, guardo la macchia mediterranea fuori al tramonto, mentre saliamo su per la collina verso la strada principale.
Penso a quanto mi è mancato quel paesaggio di oleandri e pini marittimi, penso che io l'Asia la adoro e la amerò sempre, ma che casa mia è questa.
Casa mia è il Mediterraneo, sono i pini marittimi, i carrubi, gli ulivi, il cielo azzurro intenso, le melanzane, i pomodori,  le olive e le viti.

Arrivo alla stazione di Antalya, cena veloce con i soliti, amati snack turchi, poi vado al mio autobus. Autobus di lusso, ogni sedile con la TV, come in aereo.
Mi siedo, l'autobus in attesa di partire è silenzioso. Partiamo, mi rendo conto che non parla nessuno,  proprio nessuno, percepisco tensione, vedo che tutti guardano lo stesso canale mezzi impietriti.
Accendo anche io, e leggo di terrorismo ad Ankara.
Cazzo. Vabbè. Vabbè ma mica stiamo andando ad Ankara noi, no?
L'autobus parte, esce dalla stazione.
Mi chiama F., il ragazzo siriano: hai visto cosa sta succedendo? Non andarci, a Istanbul. E' pericoloso. 
Ti richiamo dopo, tesoro, grazie, però.
Riguardo lo schermo, scrivo a mia madre che è tutto sotto controllo e di ascoltare solo me e non guardare i telegiornali o chiedere agli amici che sanno dove guardare, mi chiama un'amica di Milano, abita a Istanbul ma è in visita da sua madre, mi dice, senti, sembra che ci siano i carrarmati fuori dal Parlamento e sopra Istanbul, gli aerei militari a bassa quota, occhio.

Colpo di stato. Golpe. Darbe.

Vabbè. Ma la capitale è Ankara, che può succedere, a Istanbul? Mica c'è un Parlamento da occupare.
Però c'è una popolazione da intimidire.
E poi vedi i carrarmati sul ponte sopra il tuo mare, a Istanbul, sopra il ponte di Ortaköy, vicino a casa del tuo amico O., dove hai passato così tante notti a dormire dopo le feste, perché eri troppo pigra per tornare giù verso casa tua.
Quella casa dove una volta O. ti ha sequestrato, un primo maggio, perché non voleva che finissi in mezzo ai lacrimogeni e ti ha fatto aspettare fino alle sei di sera per tornare, a piedi, giù fino a casa tua, vicino al vecchio arsenale.

L'autobus va, non dice niente nessuno, a un certo punto si ferma.

Richiama F., il panico nella voce di uno che ha visto cose brutte e se ne aspetta altre.
Senti, scusa, per favore. Mio fratello ha trovato una macchina, ce la dà la proprietaria dell'ostello, ti veniamo a recuperare noi e vedi cosa fare domani, non ci andare oggi, per favore.
Gli dico di no, che è meglio che vada invece, che se scoppia un casino vero sono più vicina al consolato e a un aeroporto internazionale. Gli dico che l'unica cosa che devo fare è arrivare da Taksim a casa del mio amico, che lui è lì da anni, che ci starà attento lui a me.
Insiste anche il fratello. Io dico niet, non scendo dall'autobus.

Nottata psichedelica. Non chiudo occhio, tra il feed di facebook impazzito con gli italiani in panico, F. che mi manda aggiornamenti, il mio amico italiano a Istanbul che mi dice vieni a stare da me e, con nonchalance, guarda che questo l'ha organizzato tutto quello, non succederà nulla, veramente.

Verso le tre del mattino il nostro autista, sui 60, ha un malore.
Io penso che si sia ricordato del golpe del 1980, e che avesse davvero molta paura. In piena notte, scendo con un capannello di uomini a fumare sigarette e bere tè in mezzo al niente delle montagne. Sono in maglietta, fa freddo. C'è una stellata della madonna, ancora più nitida di quella sul mare qualche notte prima, con F.
Dopo 40 minuti, arriva un'ambulanza. Ripartiamo con l'autista di riserva.

Il momento della resa dei golpisti. Visto in autobus, in TV, con gli occhi iniettati di sangue e il sonno nella testa, la mattina presto.

A ogni stop un ragazzo curdo che era sull'autobus mi offre un çay e una sigaretta, i collanti sociali del paese, chiacchieriamo usando google translate sul suo telefono.

Dopo 17 e passa ore di viaggio, blocchi di polizia, traffico, tensione, arrivo a Istanbul, a Taksim. Mai vista la piazza così vuota in dieci anni di frequentazioni. Scendo a piedi verso casa del mio amico. Anche Istiklal, la via principale dello shopping a Beyoglu, è vuota. Giro a destra, passo davanti all'Istituto Italiano di Cultura -- casa -- e scendo verso casa sua.

Mi aspetta con il suo sorriso da gatto e la sua solita aria ironica di sempre,  per niente scomposto,  in fondo a un vicolo acciottolato, davanti a casa sua.

Ci sono un pergolato, una massa di gattini randagi, che dormono sulla panchina di marmo di fianco alla porta, una vecchia porta di ferro battuto.
Dentro, lui e sua moglie hanno preparato la kahvaltı per noi tre, e il loro gattino, Fairuz, non vede l'ora di conoscermi.

Entro, e tiro il sospiro di sollievo più lungo della mia vita.
Casa loro è bellissima, il formaggio delizioso, lui è lo stesso di anni fa, e sua moglie è carinissima. Fairuz e io diventiamo amici.
E niente.
Ci sono luoghi e persone che anche nel mezzo di un golpe... Restano casa.

La cumba, il bovindo di casa del mio amico, dove avrei passato molto tempo nei giorni post-golpe, insieme al piccolo Fairuz. 

Ecco, sì.

Eccomi qua, a spazzare la polvere dal blog.

E' che ho avuto un po' da fare, nel frattempo. 

Prima, ho dovuto imparare a smettere di essere triste. Che è un po' una cosa che va fatta in maniera razionale, secondo me. Se ti succede una cosa brutta, devi decidere a un certo punto che ti sei rotto le palle di stare male. Da solo, se no, non ti passa. 
Ci devi lavorare.
Io l'ho fatto con lo yoga, la meditazione, lo studio, il qi gong e l'amicizia. Ore, ore, ore ed ore ed ore di queste cose. Arrivi a conoscerti bene, nel silenzio. Guardi in faccia i mostri, gli chiedi da dove arrivano, cosa vogliono e anche se possono andarsene. Loro, prima o poi, leveranno le tende. Quando, è da vedere, ma già dargli il foglio di via è un buon inizio. 

Photo: Angela Lacombe

Secondo, ho dovuto reimparare a viaggiare. 
Da sola. A tanti di voi, magari sembrerà una cazzata. Ma: non è così, non per me. Qui è dove mi avevate lasciato voi. Da sola, in procinto di partire per il Giappone.
Stavo abbastanza bene quando avevo scritto questo post. Andare in Giappone è stato un terremoto emotivo, abbastanza duro, ma come molte cose dure, un terremoto che ha trasformato, cambiato, scosso e ripulito. 

Yanaka, Tokyo. Foto mia.

A giorni alterni stavo bene, in pace con me come lo stavo diventando a Bangkok, altri giorni, cuore pesante e lucciconi. Per fortuna a Tokyo vive una mia amica giapponese incontrata qui, che un giorno ha avuto un'idea geniale. Siamo andate al museo di Miyazaki, e dopo il museo, al parco di Kichijōji, ha visto che ero triste, di fondo. 
Mi ha detto, perché? Perché viaggiare senza di lui è una cosa nuova, dopo sette anni che si è viaggiato insieme. La sua risposta è stata geniale, nella sua semplicità. Mi ha detto, prendiamoci un caffè lì dentro. E poi, nel caffè, è andata così.

Lei: quanti anni siete stati insieme?
Io: sette e qualcosa.
Lei: in quanti paesi avete vissuto insieme?
Io: tre. 
Lei: OK. E quanti ne avete visitati, insieme?
Io: neanche mi ricordo. Dovrei contare. 
Lei: OK, però ora facciamo tutta la lista delle vacanze che avete fatto insieme. Quelle te le ricordi, no? Dove e quanto lunghe. Te lo ricordi, no?
Io: sì. 
Lei: prende il telefono e mi ascolta facendo le somme.

Ora, non ricordo la cifra esatta perché non mi interessa, ma mi ricordo che, sommando l'anno sabbatico e i vari viaggi, eravamo arrivati ben oltre i 25 mesi passati insieme zaino in spalla. E 24 mesi sono due anni. Due cazzo di anni, capito? Quindi è ovvio, che la prima volta che sono andata via da Bangkok, un paio di mesi dopo il fattaccio, mi sono isolata dagli altri e ho chiamato in lacrime la mia amica sudafricana. Come ha detto Y., è praticamente matematico stare male, basta guardare ai numeri. Stai serena, passerà. 
Aveva ragione. 
Adesso viaggio da sola impunemente e faccio pure campagna perché partano anche le altre donne, qui. Fortifica, fa benissimo. Lo facevo prima di M., e ho ricominciato a farlo, perché non c'è ragione di lasciarsi distruggere da un'altra persona... E spero di non dimenticarlo di nuovo, a costo di diventare un po' più dura. 

Però: ce l'ho fatta. L'inizio della vacanza è stato più duro della seconda metà. Ho conosciuto persone. Ho conosciuto un espatriato spagnolo che è tutto l'opposto dell'uomo medio a Bangkok, l'opposto dell'uomo che tanti uomini altrimenti sani sembrano diventare in questa città dove la vita è, per un uomo pieno di soldi, evidentemente troppo facile. R., il ragazzo valenciano, era l'opposto: Tokyo non è facile per lui, studia, lavora come un pazzo, tutto perché ha un progetto di vita e di impresa che fa sì che gli serva parlare e scrivere il giapponese a livelli eccellenti... E quindi, lo fa. E' stato anche il primo da cui non mi sono ritratta dicendo, ripassa dopo perché non ce la posso fare, anche se non mi sono goduta la sua presenza quanto avrei potuto... Perché stavo ancora male.

La poesia che mi è uscita quando ho pescato nel mucchio alla Meiji shrine, Tokyo. 

Sono tornata a Bangkok, dicendomi anche questa è fatta, la prima volta di qualunque cosa è sempre la più dura. Se qualcosa non lo fai per anni, come viaggiare sola, quando ricominci, è dura quasi come la prima volta che lo fai, tranne che per il fatto che sei più adulta, e sicura di te. Che è anche il motivo per cui hai più lividi.
Maggio, l'ultimo mese di scuola, è volato. 
A giugno, sono andata in Indonesia.  
Bellissimo viaggio, con la mia migliore amica qui, la famosa sudafricana. 

L'amicizia vera la vedi nei momenti difficili. Che però se si può andare a passarli sul mare di Lombok, i momentacci, meglio. 
Relax, mare, cultura, cibo, insomma, mi è piaciuto tutto. 
Mi sono presa una cotta estemporanea per un sudafricano, per poi scoprire che era messo esattamente come me, e che quell'ombra malinconica che si vedeva passare ogni tanto dietro i suoi occhi veniva dallo stesso posto della mia, e lui aveva anche dovuto ricorrere agli avvocati. Almeno io non ho dovuto. 
Solo che io non ero malinconica, ero, nel frattempo, diventata una furia. Medea. E per fortuna che non avevamo bambini, perché ero veramente incazzata. E' lì che ho capito che stavo arrivando al limite di quello che si può fare da soli, quando si esce da una relazione che alla fine è stata nociva, tossica, dolorosa in modi nei quali solo l'amore rancido può esserlo. 
Io ho fatto ore ed ore di yoga, di qi gong, di meditazione, di studio, di workshop, di miglioramento di me. Ma c'è un limite a quello che puoi fare da sola, se non stai bene, e io avevo iniziato a pensare di averlo raggiunto in Giappone, ma non era così. In Indonesia, ci sono arrivata, e l'ho capito quando una notte alle due, la mia amica mi guardava con i lucciconi mentre le parlavo senza riuscire a dire più nulla. E' stato lì che ho capito che ero troppo furiosa per uscirne da sola, e che mi serviva aiuto se non volevo che quella furia nera mi consumasse da dentro e si allargasse al resto di me, che di norma invece sono una persona allegra. E uso il termine allegra perché l'allegria non è uno stato d'animo, ma una tendenza caratteriale. Non volevo che questa rabbia uccidesse la mia allegria. 


Prambanan, Yogyakarta, Jakarta 

Sono tornata dall'Indonesia, e dopo qualche giorno a Bangkok, avevo un volo per Milano.

La seconda parte dell'estate e l'autunno ve li racconto un'altra volta, perché c'è di mezzo una città chiamata Istanbul, e devo uscire tra meno di mezz'ora. 

A chi mi sta leggendo ancora... Grazie di avermi aspettato. 

A volte perdersi fa bene. A Yogya, mi sono persa e ho trovato un tempio bellissimo. 
Deviens ce que tu es. 

Try not to resist the changes that come your way. Instead let life live through you. And do not worry that your life is turning upside down. How do you know that the side you are used to is better than the one to come?- Rumi

Salman Khattak calligraphy (http://salmankhattak.net/blog/2010/08/27/the-whirling-dervish/)

Talvolta, la cosa più difficile da fare è restare fermi. 
Io l'ho fatto.
Vivo ancora a Bangkok. E sto meglio. 

Sono rimasta qui, mi sono seduta a gambe incrociate e ho guardato in faccia i mostri. Uno per uno. I mostri di lui, e i mostri miei. I mostri che mi ricordavano dove ho sbagliato. I mostri dell'e se.
Ho pianto meno di quanto avrei creduto, perché ero così prosciugata da un lungo periodo di difficoltà che ero sfinita. A pezzi. Prosciugata. A parte un paio di pianti epici... Ho capito di non essere una donna lacrimosa. Soffro come una cagna. Ma lo faccio senza lacrime.

Per questo che non ho scritto per mesi. 
Ma sono viva. Sono solo occupata in una profonda opera speleologica interiore.

Chi ero, io? Cosa mi piaceva fare? Cosa facevo, quando avevo il tempo tutto per me? Come interagivo con gli altri? Che tipo di ragazza ero? 
Queste le domande a cui, a volte, dopo anni passati con una persona... Non sai più rispondere. E sono cazzi, quando te ne rendi conto. 

A volte, ami così tanto qualcun altro che ti dimentichi di te. Ami a livelli che ti scordi che da una tazza vuota non si può bere niente. Nutri l'altro. Lo nutri, lo nutri, ti impegni nella ricerca della sua felicità a livelli tali che ti dimentichi della tua. Ti dimentichi di cosa ti piace, cosa ti rende felice, perché la parte malata di te dice che se non può rendere felice tutti e due, questa cosa, allora è meglio rimuoverla. Dimenticarla, fino a che poi un giorno ti svegli e ti rendi conto che non sai neanche più chi sei. Ti rendi conto che non stai bene, che sei malata, che sei stata svuotata a livelli tali da non avere più desideri, da non voler più perseguire niente, perché ti senti bloccata, intrappolata in una scatola che non è stata costruita per la tua felicità, ma per quella di qualcun altro, qualcun altro che, senza farlo apposta magari, è ben contento di prendere. Sempre. Dando sempre meno. 

Insomma.
La mia prima scelta da donna libera è stata: che faccio? Scappo piangendo, o resto qui e tiro fuori la scorza d'acciaio che so di avere, che ho solo dimenticato? Quella che mi ha tenuto in piedi quando mio padre si è ammalato ed è morto. Quella che non mi ha lasciato infrangermi in mille pezzi quando ho saputo che il mio ex era morto, e come era morto.
Quando prima dei ventisei anni hai a che fare con la morte due volte, anche quando sei a terra, anche quando stai male, così male che neanche te la senti di piangere, perché sei così esausta che non hai la forza, sai che una rottura è precisamente solo quella. Sai che sei forte -- è solo che magari non ti va di esserlo, e sai anche che non avrai scelta se non farlo di nuovo.

E quindi, aspetti per un mese prima di dire a tua madre quello che è successo. Aspetti a farlo finché non smette di tremarti la voce.
Bevi, ma solo per il primo mese. Dopo, ascolti la voce dentro di te che dice: ma che cazzo fai? Vuoi diventare come gli espatriati istupiditi che critichi sempre? E smetti. E cominci ad andare a yoga due volte a settimana, tre. A sedute di meditazione. A workshop, laboratori di ogni genere, perché senti che il tuo cervello e il tuo cuore, anche se sono pieni di lividi e mazzate, di nuovo recuperano ossigeno, e vogliono imparare cose. Dipingi. Studi medicina cinese e qi gong. Degusti il tè, impari a fare tisane, fai tutte quelle cose per cui prima saresti stata etichettata, e per le quali comunque non prendevi il tempo. 

Passi il monsone come una convalescente, vedendo sempre le stesse persone della cui esistenza a Bangkok sarai per sempre grata. Fai yoga. Dormi poco. Mangi poco. Piangi poco. Hai un macigno nello stomaco, mille domande senza risposta, che tali rimarranno. Un'amica che è come una mamma in seconda ti dà strumenti che non hai mai usato prima per tentare di riprenderti e di imbrigliare i sentimenti che ti sconvolgono. 
Rabbia.
Dolore.
Gelosia.
Rancore.
Furia cieca.

Impari ad usare quegli strumenti, insieme al senso dell'umorismo che ti ha sempre salvata, e inizi a riarrampicarti. I tuoi vicini ti organizzano una festa di compleanno su un tetto, tu non ci vuoi andare, ma ti spingi a farlo. Vai. Sorridi, anche se sembra finto, e rifletti su come cazzo sei finita così a questa età. Ti dici meglio ora che tra due anni, anche se hai un coltello piantato nella pancia.

Il monsone finisce. Sole, fresco, si avvicina il Natale, stai per tornare in Italia e così fai. Piano piano smetti di sentirti come uno zombie che dissimula bene, scrivi una mail di mille paragrafi alla fonte del tuo dolore, e te ne vai. 
Non rispondi più alla sua risposta, perché hai speso abbastanza energie per rimanere con un pugno di mosche in mano.

Passi un capodanno bellissimo. Incredibilmente italiano. Ti senti a casa. Sei a casa per la prima volta dopo anni senza la strada sbarrata. Conosci un ragazzo, e poi un altro, ed un altro, che ti fanno sentire bella, e apprezzata, come dovresti essere più spesso, e te lo dicono nella tua lingua... Che ormai ha dell'esotico. 
Mai fu una fine d'anno benvenuta come quella. Anche se è solo una rottura, è comunque una rottura che ti stai smazzando da sola, a varie migliaia di chilometri da casa, in un posto che ti lascia perplessa, facendo un lavoro che non volevi, e che a sorpresa ti ha fatto da terapia, perché ai bambini non importa se tu stai male. Se ti vogliono bene, te lo dicono, te lo fanno sentire. I miei bambini, a scuola, mi hanno salvato. Ma hanno tre anni, e quindi non glielo posso raccontare. Metterli a letto ogni giorno e farmi abbracciare dalle loro manine appiccicose e salvarli dalle loro caccole mi ha tenuto ben salda al terreno... Mi hanno terapizzato, alcuni di loro, con il loro amore così puro e reale e senza filtro, e neanche lo sanno. 

Come mi hanno salvato, come sempre, le amicizie. Quelle storiche e quelle nuove. Quelle a Bangkok, e quelle virtuali. 

Il 2016 l'ho cominciato con un turbinio di visite che non accenna a finire, e che porta un sacco di energie positive, belle. Mi sento come se avessi tappato una falla di energia che non sapevo di avere. 
Continuo ad essere triste, per quello che mi è successo. Continuo a non capire. Continuo a sentirmi come se avessi perso il mio tempo e le mie energie per niente, di nuovo, come con quell'altro, tanti anni fa. 

Però... Non importa. E' la vita. Ora sono libera, e io ad essere libera sono bravissima. Mi ero solo dimenticata come si facesse. 
Piano piano, mi riprendo, reimparo come si fa. 
Yavaş yavaş.
Prima o poi mi potrò considerare ripresa. 

Intanto, sono qui in un guscio comodo fatto di sole, calma, di una vita che è quella che piace a me, di amici, e libri, e yoga, e calma, e bambini che mi abbracciano... Non è ora il tempo di impuntarmi perché Bangkok non l'ho scelta io. Per ora resto ancora un po' qui, perché l'ho resa mia, facendomi un mazzo (emotivo) così. Quindi dopo questo sbattimento, vorrei anche raccoglierne un poco i frutti.

Una delle mie massime degli ultimi mesi. 
Già il fatto di avere di nuovo voglia di scrivere... E' un altro segnale di ripresa intellettuale, oltre che emotiva. 
Tra poche settimane me ne vado in Giappone. In gita. Da sola. 
Perché ho la fortuna di essere nata in quello spicchio di mondo dove lo posso fare, e quindi, così renderò onore alla mia libertà. 
Copio qui uno status del mio facciabuco perché a pelle sento che stasera e ieri sono stati momenti importanti. E poi ci ricamo un po' sopra. 

Dopo la settimana scorsa dove ho bevuto vino OGNI sera perché mi sentivo malissimo (proposito suicida per il portafoglio a Bangkok, con tassa sul vino al 400 per cento) stasera sto passando la seconda serata a casa.


Pioggia torrenziale fuori, skype con amici sparsi e Mater, videi interessanti, libro di Fred Vargas, tè e mate e sensazione quasi autunnale col monsone e il frescolino che arriva dal ventilatore.
Ma soprattutto: non sono agitata. Sono tranquilla. Sono come un pisello in un baccello, sul mio divano, con i fiori fuori e la musica fioca della nippo-vicina del piano di sotto.
Sono triste, ma non ho voglia di piangere, sono triste se penso a lui da solo e quello che avevamo e che non abbiamo più.

Però non ho paura di stare da sola. Non ho paura, e non ho ansia. Non devo neanche fare yoga... Sto bene, con un fondo molto mono no aware, ma di fondo, occhei.
E insomma, io sono un po' orgogliona di questa cosa, perché ho sempre avuto una paura tremenda di questo momento, e pensavo di aver perso la capacità di stare bene con me stessa che ho avuto solida fino all’adolescenza.

Ve lo posso dire, a voi, con aria un po' tronfia? Mi voglio stringere la mano, perché sono passate due settimane. Una da quando è partito per Vienna. Ma ero così stanca che come sto ora è come essere alle terme, in pratica.

E poi, c'è anche un'altra cosa, che ho pensato parlando con un'amica prima. C'è una differenza, tra prima e ora. Ora, da che ci siamo lasciati, da che sono sola... Sono a Bangkok per scelta. Nessuno mi forza la mano. Nessuno mi fa sentire la pressione di dover trovare un modo di restare se smette di andarmi o di piacermi, o se non trovo un lavoro che mi piace di più l'anno prossimo. 
Sono qui per scelta solo mia, e questo ha già cambiato tutto. Ho il passo più leggero e al lavoro sono meno tesa, perché improvvisamente, in fondo, chi se ne importa, se il mio visto dipende da quello. Se lo perdo, troverò un'altra soluzione, magari una che al momento neanche mi viene in mente. E' una scelta mia e solo mia, ora, stare qui per un po'. Ed è una bella sensazione. 

E c'è anche un'altra sensazione piacevole, che mi scalda un pochino il cuore. 
Posso tornare a casa. Potrei farlo, se mi va. Potrei farlo tra un mese.


Lo potrei fare, anche se mi fa paura. Lo potrei fare anche se sarebbe illogico. Lo potrei fare anche se non avrebbe senso economicamente. Lo potrei fare, perché sono libera. Lo potrei fare, perché sono come sono, e il mio cuore sta invecchiando e dà valore a cose differenti rispetto a qualche anno fa. Al di là delle considerazioni logistiche normali... Lo potrei fare, se mi andasse, credo che ce la farei, a livello di cuore. 
Lo potrei fare, perché sono curiosa di vedere come e se andremmo d'accordo Milano ed io, che siamo tutte e due cambiate, e ora io non ho più paura dei fantasmi. 

Non ho più paura del fantasma di mio padre, non ho paura, se lo vedo che mi sorride in Galleria a Milano. Se mi ricordo di quando ero bambina, e lui mi portava con sé quando si faceva l'aperitivo, leggendo il Corriere e bevendosi un Campari, e a me comprava il Corriere dei Piccoli perché mi sentissi grande, e potessi esercitarmi leggendo la Pimpa, e mi faceva portare una minerale con dentro un ombrellino rosa da cocktail, e specificava al cameriere che doveva essere rosa, e il cameriere gli dava pure retta. 

Non ho paura, del fantasma di mio padre, non più. Sorrido, coi lucciconi ma sorrido, e per la prima volta da otto anni sento che Milano non è il posto dove è morto mio padre. E' casa mia, e poi è anche il posto dove quello è successo e dove sono successe altre cose brutte, ma anche cose belle. Ce l'ho fatta. Ed è questo, che M. ha sentito, in estate, parte di quello che lo ha fatto sbarellare. 
L'ha capito prima di me, e ha capito che non è giusto tenermi così tanto lontana per molto tempo, forzandomi la mano. Io lo sto capendo solo adesso che sono sola, e tranquilla, con il tempo per pensare.

Non so se lo farò, magari tornerò solo vicino a casa, invece. Ma... Perché no? Perché non prendere qualche mese da passare con mia madre, a godermi le cose che contano, invece che la fuffa di Bangkok, tra qualche tempo? Almeno adesso posso pensarci senza paura e tensione. E questa è una vittoria enorme. 
Ordunque. 

Il fattaccio è successo da tipo dieci giorni. Il soggetto, però, ha sgombrato il campo solo da tre, perché non lo si poteva mica mandare sotto un ponte, dopo che ha così gentilmente acconsentito a lasciarmi l'amato appartamento di Melrose Place. E' a Vienna, e io non mi sto assolutamente chiedendo se stia bene. Per niente.

Il mio umore fluttua, a seconda dei giorni, a seconda dei momenti del giorno. La mattina, come ogni volta che ho avuto problemi o agitazioni grosse, è il momento peggiore. Poi va a migliorare, e la sera ho addosso una pace inspiegabile. Forse la pace che ti viene dal riposarti dopo una grande stanchezza, e una relazione importante, bellissima, che ti ha cambiato la vita, ma che a volte ti risucchiava le energie come un Dissennatore di Harry Potter. 

Insomma. Io volevo reagire con l'ascetismo, ma siccome a Bangkok, ripeto, sono molto meno sola di quanto credessi, invece sto reagendo aderendo al culto di Bacco. Colombiani, argentini, spagnoli, francesi e italiani, tutti i miei amici di provenienza più latina e terrona, mi hanno detto: non fare solo yoga. Esci pure con noi a bere anche se costa troppo e a mangiarti intere mattonelle di brie, camembert e roquefort puzzolente, e fare la siéma con persone intelligenti. 

Sta funzionando abbastanza bene, anche se uscire ogni sera per del vino o quantomeno per una serata in compagnia sta iniziando a provare il mio corpo, che di solito ha come peccato principale il cioccolato o la Nutella, ma di certo non l'alcool. Io sono quella che è capace di ordinarsi il latte freddo col cacao fondente mentre tutti si ordinano il cocktail del tramonto, voglio dire. Ma in questo momento, accendere un cero a Bacco sta funzionando piuttosto bene.

Domani sera potrebbe essere la prima sera che finisco con lo stare a casa. Un po' ho paura di essere a casa da sola un sabato sera e di sentirmi sola, piccola e nera, e abbandonata come una Calimera poco più di un mese prima del mio compleanno. Per fortuna la parte di me che sdrammatizza continua ad essere forte e tosta, e non mi dò troppo al dramma, se riesco. Uno dei miei amici del cuore, N., che abita di malavoglia a Londra, mi ha detto che sta arrivando alla conclusione che noi milanesi in realtà abbiamo pure noi un po' di antipaticissimo stiff upper lip. Keep calm and carry on, praticamente.
Un po' è vero. Una parte di me vorrebbe fare una scenata tipo Anna Magnani. Ma proprio non mi viene.

In tutto ciò, durante il giorno ho due appuntamenti domani, buffi per quanto sono diversi. La mattina, mi darò alle botte da orbi. Un amico della mia francoamica C. è istruttore di Krav Maga, e domani andrò a un suo workshop, molto probabilmente. Io. A imparare a dare botte da orbi a chi mi rompe le palle. Io, che mi compro le tazze e gli asciugamani di Doraemon e faccio la raccolta punti di Rilakkuma da 7-11. Vado a Krav Maga. Chiaramente finirò col prenderle, ma va bene lo stesso. 


E poi, se sarò ancora viva e gli orari si combinano, andrò alla mia ex scuola di yoga che domani organizza un workshop pomeridiano sulla teoria dei chakra. Così rientro nel mio mondo, e magari imparo anche qualcosa che mi torna utile. 


Insomma, mi godo quello che per me è il lato positivo della globalizzazione: vivere in una città dove trovi dalla krav maga al qi gong, spesso gratis, a volte troppo cari, ma sempre molto facilmente. Sono cose che mi devo ricordare, perché sto cercando di fare pace con la città, e questo implica il viversela in modi solo miei, che fanno bene a me, senza che nessuno mi dica che sono una fricchettona perché voglio imparare dei chakra. 

Figuratevi che una piccola parte di me, che sono praticamente la cugina di Margherita Hack e rifuggo sempre tutto ciò che mi sa di religione organizzata, quella parte che ha letto Felice Per Quello Che Sei di Rossana Campo, vuole pure farsi una gita da quelli della Soka Gakkai a Bangkok. Conosco un paio di persone che vi sono legate e sono tutte persone con una bella testa e un buon cuore, importanti per me. Hai visto mai che questi qui aiutano pure una slandrona di sughero come me. Ma mi sa che per quello aspetto un attimo, che potrebbe essere un input un po' forte. 

Detto ciò, è quasi mezzanotte di venerdì, e io sono sveglia dalle 5:30, sono arrivata a casa da poco perché sono pure uscita per caffè e cena diretta dal lavoro. E' ora di spegnere tutto, computer e cervello, almeno. 
Ad ogni modo, sono viva. Soffro come una cagna a tratti, e a tratti so che ce la posso farcela. 
Ciao. Sono Nat, e sono single. Da tipo tre giorni e qualcosa.
Sono sotto shock. 
Mi ritrovo dopo sette anni e passa con M, a Bangkok. Da sola. Con un lavoro che non volevo. In una città a 13h d'aereo da casa, per venire nella quale ho dovuto battagliare non poco con me stessa, perché lo sanno tutti che una cosa è farsi una gita da qualche parte, ma vivere altrove è proprio un'altra camminata. 

Tutto bene, eh. 

Mi tengo la fantastica casa di Melrose, per la quale dovrò trovare un coinquilino, perché io da sola sono troppo impoverita per tenerla, come al solito. Un coinquilino, cazzo. Dopo anni a vivere col mio uomo. Che non è più il mio uomo. Facciamo la coinquilina. Che se no finiamo come in Turchia, che ero così fantastica che il mio coinquilino F alla fine faceva il maschio turco che mi diceva dove vai, cosa fai? Ecco. Magari meglio la coinquilina.

Non sarebbe giusto o appropriato scrivere dettagli qui, e lui mi ammazzerebbe, quindi non lo farò. Le cose andavano in maniera piuttosto rock da qualche tempo, con alti e bassi. Gli alti molto alti, i bassi molto bassi... Abbiamo deciso di fare questa cosa prima di avere problemi e litigi e discussioni per abbastanza tempo da arrivare ad odiarci totalmente. Però è come bere una medicina amara. Perché io sono ancora innamorata di lui, e credo che lui lo sia di me. Ma non va lo stesso. E quindi siamo qua. Lui che cerca casa altrove e io nella casa dove avevo intenzione di vivere con lui per qualche anno. Sola come una poraccia. 

A prova del fatto che il posto dove vivo è terapeutico, la mia vicina argentina, che ha saputo della cosa perché ho dovuto dirla a tutti loro, dato che mi serve un coinquilino e lo vorrei trovare tramite conoscenze, tra poco mi trascinerà fuori a pranzo. Perché è successo pure a lei e sa quanto ci si senta persi, porca troia. Vorrei poter semplicemente andare a Milano e farmi coccolare dalla mamma, ecco. Ma la mamma non sa niente, perché è così empatica che so che starà molto male per me. E quindi non le ho detto nulla. E siccome non sono più a Vienna, a fare l'espatrio europeo all'acqua di rose, non posso neanche andare per un weekend. No. Devo aspettare fino a fine dicembre.

E' difficile per me, immaginare la mia vita da sola. Non mi va, a dire il vero. Per niente. Io ero così cretina da pensare che potessimo stare insieme per tanto tempo e diventare due vecchi sdentati, vita permettendo. E invece no. Quindi. Ora. Devo, prima di tutto, risolvere la questione coinquilino e darmi la calma economica. E poi dopo quello potrò iniziare a vedere che cosa voglio. Perché dopo tutti questi anni con qualcun altro, mica lo so, cosa voglio io, Natalia, per me. Perché ho sempre pensato a noi, prima che a me, ed eccomi qua. Bellammerda, se posso permettermi anche un cazzo di commento immaturo, ogni tanto.  

Sono sconvolta. 
Insomma, mercoledì, dopo due giorni con una bomba al giorno, non è successo niente. Meno male. Io, dopo il lavoro, ho deciso di andare all'istituto francese, a guardarmi un vecchio film di Krzysztof Kieslowski, il Film Rosso della trilogia dei Tre Colori, tipo del 1994. Ho molti amici più grandi di me, cinefili integralisti, che amano molto la trilogia e che dicono che vale la pena vederla, e quindi mi sono detta, vado, e faccio finta di essere in Europa per una sera.

All'istituto francese quella è una roba che riesce molto bene. Ingannarti al punto tale da farti pensare di essere, per un attimo, sbarcata in territorio francese. Un altro posto che, paradossalmente, vista la globalità del brand, fa molto bene la stessa cosa, è Ikea. Uscire da lì e trovarsi a Bangkok è un'esperienza di sradicamento che disorienta molto.

Ho preso la metro all'ora di punta, ho controllato in maniera vagamente ossessiva che nessuno scendesse lasciando in dote uno zainetto con potenziale bomba, e poi ho inforcato uno dei miei amati mototaxi per andare all'istituto.

Bel posto, l'Alliance Française. Ogni volta che ci vado, mi trovo a pensare di essere entrata nel mondo di un paese che a) sa che cos'è la promozione culturale, b) ne capisce l'importanza e non esita a investire un pacco di soldi su questo tema, e c) ha capito che, anche se in quel paese sono molto bravi a confezionare abiti e a fare il formaggio, fare promozione culturale non vuol dire organizzare sagre popolari o succursali del Salone del Mobile. Non solo, almeno. 

Perché talvolta, quando leggi la newsletter della Dante, qui, sembra che l'Italia sia un paese che fa da mangiare e produce oggetti di design, e poco altro. La Dante qui proietta un film al mese, il che è lodevole, ma il resto del tempo, patrocina eventi i cui temi ruotano intorno al cibo, la moda e il design, talvolta la musica quando un musicista viene a farsi una gita da queste parti. Non abbiamo un Istituto Italiano di Cultura, qui, e quindi di promozione culturale italiana c'è pochino. Ma non è di questo che volevo scrivere. 

Quel che volevo scrivere è (oltre che dell'invidia del pene culturale che mi prende ogni volta che vado all'Alliance Française) che l'istituto francese è un bel posto. Ma veramente. E' uno di quei punti focali che mi calmano, a Bangkok -- ed è enorme. Hanno un caffè ristorante, una biblioteca, varie sale per corsi di lingua e non solo, una libreria ed uno spazio espositivo. E' un luogo meraviglioso assai.

Hanno una libreria piena di libri meravigliosi che vorrei avere il tempo, il cervello e le energie di leggere.



Hanno anche un caffè dove trovi il caffè macchiato, che all'estero trovi solo in posti gestiti dai francesi e dagli italiani. Tutti gli altri, se sentono la parola "macchiato" ti fanno un beverone da mezzo litro. La conversazione per ottenere il caffè che vedete, con il francese al bancone:

Io: un macchiato, per favore (in francese.)
Barista: un latte? (rispondendo in inglese)
Io: no. Un caffè macchiato. Piccolo. (in francese, con aria indispettita.)
Lui mi risponde in francese e mi dice: ma lo sai che così ti do un espresso in tazza piccola con poco latte, sì?
Io lo guardo con aria come a dire appunto, cretino, e se non ti muovi mi addormento, che sono sveglia da quattordici ore circa.
Lui: ma di dove sei?
Io: Italia.
Lui: aaah ma allora sai già tutto. 
Io: eh. 
Lui: siamo praticamente cousins!
Io: eh. Caffè?

Comunque: il caffè era buono, e soprattutto costava solo l'equivalente di un euro circa. L'ho bevuto al banco per aumentare l'europeitudine della cosa. 


Sfocata immagine del caffè di quei maledetti francesi

Ci hanno uno spazio espositivo, di pittura e fotografia soprattutto. Al momento, hanno una serie di opere di artisti francesi e thai che discutono del ruolo dell'arte nel dibattito pubblico, e di temi facilissimi da discutere qui quali la censura e l'identità.

Io direi anche, grande Winston. Ma tanto di cappello, proprio.

Quando vedere un'immagine piena di scrittori che vanno dalla Woolf a Poe e Rimbaud ti fa sentire una specie di calore e protezione molto particolare (sarà la bomba.)
Insomma, mi sono guardata il film, in sala con un'amica che non vedevo da un po', gongolante all'idea del buffet con vino che sarebbe stato aperto a fine film.
Il film mi è piaciuto, moltissimo. Mi è piaciuto per il suo contenuto, per come mette in discussione idee che a noi sembrano ovvie come quelle di giustizia, o verità. Mi è piaciuto immensamente per la fotografia, che è fatta di luci contrastate, e ovviamente ho amato molto i dettagli rossi sparsi per tutto il film. Davvero un bel film.

E poi, come capita spesso quando guardo film ambientati in Europa, che bello vedere quei muri che sono in piedi da centinaia di anni, quelle case vecchiotte, coperte di rampicanti, in pietra solida, pietra che non può marcire con l'umido o con il monsone, con una storia lunga e destinata a durare, a meno che non capitino un terremoto o un bombardamento. Questo, poi, essendo vecchiotto, non conteneva alcun riferimento ai cellulari, a internet, al mondo digitale. Nulla. Mi ha ricordato di come sono cresciuta, e per questo mi ha fatto lo stesso effetto di una coperta calda, come il resto della serata, d'altra parte.

Sono le piccole cose con una storia che ti tengono ancorato alla terra, almeno se sei me. Piccola divagazione per farvi capire cosa intendo: il mio amico romanissimo M.C., in gita per l'Appennino, oggi ha pubblicato questa foto. Mi ha dato la stessa sensazione di ancoraggio che mi hanno dato i vecchi muri spessi e le staccionate verdi di muschio delle case che ho visto nel film.


Quel film l'hanno mostrato la prima sera dopo la bomba, e io ho esitato ad andare, devo ammettere. Ho pensato che potevo anche vederlo su youtube, semplicemente, il film (qui, se vi interessa) ed ordinare del cibo libanese a domicilio. Poi ho pensato che sarebbe stata una reazione idiota, e soprattutto, che sarebbe stata una reazione che l'avrebbe data vinta a quelli che hanno piantato le bombe.

Quindi mi sono messa un rossetto rosso, e una gonna rossa, e sono andata lo stesso. A casa, ci stiano loro. #notafraid

Il mio contributo rosso alla serata-concept di Film Rouge (la mia amica ha apprezzato molto il concetto)

foto: Bangkokbts.com
C'è stata un'altra bomba, oggi, più piccola, e non andata a segno perché è stata lanciata da un ponte vicino al fiume. Il pacco è caduto in acqua, e quindi non è successo niente, almeno oggi. Il posto è la stazione di cui ho messo il nome qui a fianco, di nuovo una zona molto turistica... Il fatto di mirare ai turisti è una cosa che hanno in comune, le due bombe.

In città c'è un'atmosfera strana, le scuole statali thai sono chiuse, quelle internazionali aperte, e chiaramente gli unici a chiacchierare dell'accaduto tirando madonne oggi, in aula insegnanti, erano gli occidentali assortiti, i cinesi, gli indiani, i bangladeshi... I thai e i loro vicini del SE asiatico, invece, solita reazione da struzzo quando succede qualcosa di grosso: bomba? Quale bomba? 
O da che c'è stato il golpe, altro tema di cui la Gente Normale qui non discute, perché insomma, che c'è di straordinario in una giunta che prende il potere e decide di non indire elezioni per un tot perché c'era una escalation di delirio tra varie fazioni del popolo thai, che si lanciavano granate nei rispettivi campi a metà tra lo stile Occupy e un mercato qualsiasi, che a Bangkok diventa tutto lu mercatu, sempre?

Ecco. Quindi ora siamo tutti un po' perplessi. Gli stranieri si fanno domande, i thai probabilmente se le fanno nella loro mente, ma a noi non dicono una mazza di cosa gli passa per la mente, e ad ogni modo sarebbe impertinente chiedere cose del tipo ma secondo te, quale dei venticinquemila gruppi incazzati per diversi motivi potrebbe essere stato, a fare una cosa del genere? Gli islamisti del sud, quelli che vogliono il re, quelli che rivogliono il Berlusconi deqquà, dei generali incazzati a cui non piace il capobanda della giunta? Io mi chiedo questo e mi chiedo se ne arriveranno altre, di bombe, e aspetto che M. torni a casa con lo skytrain all'ora di punta. Non mi piace per niente che lo prenda, ma le alternative farebbero durare il suo viaggio almeno un'ora buona.

Insomma, che dirvi. Mandateci tanto culo e tanta pazienza. Io intanto settimana prossima vado all'ufficio di Turkish Airlines a prenotarmi il volo per Natale.

Sapete come dicevo che mi stavo rilassando, riguardo allo stare a Bangkok per un po', settimana scorsa, tentando di vedere il bello, eccetera? Ecco, questi figli di puttana oltre che ammazzare la gente e agitare dodici milioni di persone hanno anche annientato quel poco di calma che mi ero creata, perché la prima bomba, quella grossa di ieri sera, l'hanno piantata a pochi minuti dalla mia scuola di yoga. Sarò tranquillissima, ora, quando ci vado. (porcapupazza lo so che è idiota, ma me la faccio un poco sotto.)
Sto bene, sta bene chi conosco, siamo solo scossi perché porca troia sono esplose due bombe in un tempio importante e molto turistico ed è morta un tot di gente. Non si sa chi sia stato, né quanti siano i morti, non ancora, né perché. Io sono su una poltrona da un'ora e passa a digerire la notizia e M. mi ha fatto un gin tonic perché se non dormo tra un po' domani sembrerò una rincoglionita totale al lavoro -- e vediamo quanti bambini mi arrivano.

La bomba è esplosa a pochi minuti dalla scuola di yoga dove ho iniziato ad andare giovedì scorso e ora sono qui come un'idiota a chiedermi se sia il caso di andarci questa settimana. Sono quei pensieri scemi a cui si aggrappa la testa quando succedono cose poco comprensibili.

Giusto nel caso nel quale vi stiate chiedendo come sto. Io bene, tanti altri però no. 

Vado a dormire. 

foto: Aom Sushar, Twitter

La mia amica turca, unica superstite della prima tornata di amici incontrata qui, mi ha fatto sapere qualche giorno fa che la sua ambasciata turca aveva organizzato una doppia proiezione di film turchi al Bangkok Art and Culture Centre, che è uno dei miei luoghi preferiti della città, e si trova dietro casa mia. Sono miracolosamente uscita dal lavoro in orario, un minuto dopo la fine del mio lavoro per contratto, e ho attraversato la città di corsa: a piedi, in motorino, in metro, di nuovo a piedi. Sono arrivata in tempo per vedere il film. Da sola, tranquilla, completamente immersa nel film, in terza fila come piace a me. 


Non sapevo cosa aspettarmi, ma mi sono trovata davanti l'attore di Hamam di Ferzan Özpetek e ho deciso che probabilmente la cosa mi sarebbe piaciuta. Infatti, nonostante il carico pesante di dramma e violini -- è sempre un film turco, ragazzi -- è stato così. 

Dopo il film ero d'accordo con E. di vederci dopo la seconda proiezione del film con lei e il suo nippomarito. Allora ho deciso di farmi una passeggiata, e prima di quello, di esplorare il BACC con calma, da sola, cosa che inspiegabilmente non ho fatto mai. 
Ho scoperto, dopo un anno e mezzo che vivo a pochi minuti di motorino dal BACC, che nel piano seminterrato c'è una piccola, bella, tranquillissima biblioteca di arte e design, gratuita per tutti, con aria condizionata e poltrone, e nessun costo di iscrizione.




Ad un altro piano, ho trovato un altro angolo di Turchia. 





E poi uno di Birmania. 



Quando sono uscita, ho preso il motorino verso casa, e sono andata allo Starbucks vicino a casa a farmi un caffè per rimanere sveglia abbastanza tempo per vedere E. e T., per poi tornare a piedi verso il BACC, e andarli a prendere. Ci siamo fatti una bella cena thai per poco, e poi siamo finiti in un posto pieno di studenti, anche quello nella mia zona, a bere birra ghiacciata con il temporale fuori.

Tutto ciò per condividere con voi l'esatto contrario della sensazione di inquietudine di fondo che ho di solito nell'ultimo mese e mezzo, quella sensazione di agitazione che fa sì che mi chieda quanto tempo abbia la voglia, o l'energia, di rimanere così lontana da tutto. 

Ieri, è stato il contrario. Ho bevuto il caffè nel giardino di Starbucks, guardando un po' il gatto di Starbucks -- vive lì, un gatto grigio con gli occhi verdi e la coda mozzata, un po' i fiori di frangipane, e un po' le nuvole pesanti che stavano decidendo se sfogarsi, finalmente, dopo giorni di afa, o no.

Ho pensato che, anche se è ovvio, in fin dei conti, la calma o ce l'hai dentro, o non ce l'hai. Non importa dove vivi, le ansie ti seguiranno ovunque, anche ai Tropici o nel grande Nord. Ieri le ho calmate, e ho passato qualche ora in cui Bangkok ed io siamo state di nuovo amiche. 
Rieccomi, forse.

Dall'ultima volta che ho scritto è passato un sacco di tempo, tra una cosa e l'altra è già un anno e mezzo che sono arrivata qui, e non mi sembra vero.

Un anno e mezzo in cui ho imparato da zero un lavoro nuovo, che non volevo imparare, ma che ho dovuto accettare per avere insieme un visto e abbastanza vacanze da rendere sopportabile la lontananza dalla famiglia. Ho imparato un lavoro nuovo, però, ce l'ho fatta, io che per anni nelle scuole di lingua ho sempre evitato i corsi per bambini, perché non mi interessava, perché insegnavo agli adulti perché sono soggetti con cui puoi ragionare, con una storia e cose da raccontare. 

Un anno e mezzo in cui sono tornata due volte in Italia, e in cui ha iniziato un poco a rodermi, di non aver mai abitato da grande, lì, di averci tentato solo in una condizione molto difficile, in un momento difficile. Due volte durante le quali ha iniziato a insinuarsi la domanda, e se...? Perché una cosa ve la posso dire: vivere in UE da stranieri è difficile, ma viverne al di fuori, ti fa sembrare quello acqua di rose, perché in fin dei conti, puoi vivere liberamente dove vuoi, all'interno della UE. Qui, no. Qui, devi trovare un lavoro che ti dia un visto, se non vuoi finire in situazioni cialtrone.

Un anno e mezzo durante il quale c'è stata la presa di potere da parte di un gruppo di persone, qui, che ha detto che sarebbero rimaste giusto il tempo di calmare le acque, e invece sono ancora qui, non si sa quando ci saranno le elezioni, e intanto ragazzini poco più che ventenni (o minorenni) vengono mandati al gabbio per aver detto, o scritto, una cosa che non andava bene. Ed è a causa del gruppo di persone qui sopra che tu accetti lavori che, magari, non ti convincono fino in fondo, e abbandoni per la prima volta la tua vita di povera ma bella (e libera) per una da un po' meno povera, ma non troppo, non libera, e naturalmente sempre bellissima. 

Un anno e mezzo durante i quali ho goduto le prime ferie e le prime malattie pagate della mia vita. 
Un anno e mezzo dove ho avuto la conferma che, nonostante al momento gli europei siano impegnati a scannarsi tra loro, l'Europa esiste. Sullo stesso tema, ho sempre più la conferma che anche se sono occidentali pure loro, i nordamericani potrebbero essere di un'altra specie.
Un anno e mezzo nel quale un sacco di persone, troppe, sono andate e venute nella tua vita bangkokiana, e la cosa comincia a farti male, perché tu sei una di quelle persone emotivamente inadatte al turbo-espatrio extraeuropeo.
Un anno e mezzo in cui ancora più di prima hai capito che se vivi in un posto dove la storia viene rasa al suolo per farci condomini e centri commerciali a ritmi incredibili, sarai sempre un po' malinconica. Un anno e mezzo durante il quale hai cominciato ad annoiarti degli spazi espositivi ed artistici indipendenti, che ti fanno mancare le grandi mostre europee.
Un anno e mezzo durante il quale hai visto tua madre solo due volte, certo per lungo tempo, ma solo due volte.

Ma anche: un anno e mezzo vissuto con la piscina, senza l'inverno, dove quando ci sono 18C pensi "che freddo", dove hai abbastanza spesso l'occasione di andare a prendere il sole nel tuo condominio e le linee del bikini non vanno mai via; durante il quale hai provato cibo di tutto il mondo, e hai deciso che l'Asia è il continente supremo per quanto riguarda il cibo, e che quello italiano è fuori concorso perché quando lo mangi è come la madeleine di Proust, a prescindere; durante il quale il problema principale è stato dove andare a fare colazione la domenica mattina, e non chiedersi se andare a fare questa colazione non fosse troppo costoso. 

Un anno e mezzo durante il quale hai visitato spiagge che altri attraversano il mondo per vedere durante un weekend; l'Indonesia, la Malesia e il Giappone, e ti sei innamorata patologicamente di quest'ultimo. 

Insomma, sono sparita perché stavo esplorando la città, tentando di stringere amicizie, e stavo imparando un nuovo lavoro da zero.
Il lavoro l'ho imparato. Le amicizie le ho strette, ma in questo porto di mare, spesso ripartono dopo pochi mesi. La città l'ho esplorata, in lungo e in largo, ma ora ho di nuovo voglia di leggere libri, e forse quest'anno sarò meno esausta dell'anno scorso nonostante dorma pochissimo. Forse quest'anno riuscirò di nuovo a scrivere... Speriamo. L'ultima volta, a Vienna, mi ha portato solo bene, e belle persone, scrivere.